perdono

Esiste il perdono?

Una delle parole di uso comune è senza dubbio perdono nelle sue diverse accezioni e contesti in cui si può utilizzare.

Le poche righe che seguiranno non hanno la pretesa di definire esattamente il concetto di perdono o la necessità di adottarlo, bensì fornire qualche concetto su quello che potrebbe essere definito come una delle sfide più importanti a cui gli esseri umani sono chiamati a vivere, ovvero quella di perdonare.
Ritengo sia importante, anzi fondamentale, svincolare il concetto di perdono da una dimensione religiosa/clericale.

Non è mia intenzione argomentare il perdono neotestamentario, poiché nel ruolo di psicologo il perdono richiede un approccio diverso, ovvero scientifico e soprattutto orientato alle storie, al vissuto e alla peculiarità di ogni persona, nonché alla struttura emotiva che il singolo individuo possiede per potersi adattare all’ambiente che lo ospita.
Il termine perdonare deriva probabilmente dall’espressione donare per gratia, dove la preposizione per conferisce al verbo donare un senso di compiutezza per cui perdonare equivale a fare un dono totale.

Il perdono è quindi un dono gratuito, ma che ha lo scopo di creare una relazione assolutamente nuova perché essa si basa appunto sulla gratuità del dono.

Nel perdono la colpa non va distrutta nei suoi effetti ( non si può non aver fatto ciò che si è fatto) non va condonata (semplicemente nascosta o non tenuta in conto), ma va trasformata grazie al dono e alla sua capacità di aprire nuovi spazi di libertà nella vittima, e di promuovere la gratuità e novità nei rapporti interpersonali.
Per perdonare è in primo luogo necessario riconoscere di avere subito un’offesa cioè un’azione che si ritiene ingiusta o immorale, e almeno in parte intenzionale poiché soggetta al controllo e al libero arbitrio di chi l’ha perpetrata.

In altre parole, l’offesa è per la vittima qualcosa che non sarebbe dovuto accadere e che avrebbe potuto non accadere.
Perdonare non significa neppure dimenticare il torto subito.

Perdono e memoria

Dimenticare non può essere né una premessa né una conseguenza del perdono, poiché, come indicano gli studi sulla memoria, il ricordo delle esperienze emotivamente più intense e traumatiche non solo è particolarmente accurato, ma anche persistente e almeno in apparenza indelebile.

Il ricordo di tali esperienze non solo viene alimentato da processi di ruminazione mentale, ma spesso viene anche riattivato in modo del tutto imprevedibile da accadimenti esterni o vissuti interni, che contro la volontà dell’individuo inducono a rivivere il passato sotto forma di flashback intrusivi, ovvero immagini ricorrenti e disagevoli.

A questo proposito alcuni studi dimostrano che più ci si sforza di sopprimere i contenuti di pensiero indesiderati più ironicamente essi tendono a riaffiorare con maggiore intensità e imporsi contro la volontà.

Ecco che il non riuscire ad eliminare i ricordi indesiderati, così come l’impossibilità di dimenticare del tutto le offese subite, soprattutto se particolarmente dolorose e traumatiche, rispondono alla necessità adattiva di riuscire a identificare e riconoscere le situazioni pericolose così da poterle evitare o contrastare con maggiore efficacia.

Di conseguenza, un perdono che ha come scopo la cancellazione completa del torto subito, non solo sarebbe quanto mai difficile da realizzare, ma poco funzionale al benessere di chi lo concede. Probabilmente ciò che il perdono dovrebbe comportare è invece un ricordo dell’offesa diverso da quello avuto in origine, capace di suscitare emozioni meno intense e dolorose, e che riesca a far emergere gli eventuali risvolti positivi derivanti dall’aver saputo fronteggiare e superare un’esperienza simile.

La capacità di perdonare

Ma è possibile perdonare tutto?

La capacità di perdonare si esprime nell’entità del torto subito, ed essa è vincolata dalla predisposizione del perdono acquisita nell’ambiente familiare in cui un individuo cresce.

Ciò significa che indipendentemente dalla cultura di appartenenza e dai valori da essa veicolati, i figli tendono ad assomigliare ai propri genitori sia nelle modalità di concepire il perdono sia nella tendenza a concederlo.

Quel che è più importante, è che questa somiglianza si sviluppa e si consolida nel corso del tempo, per cui a una iniziale propensione dei genitori a concedere o negare il perdono corrisponde solo successivamente nei figli ad una propensione di analoga natura.
A prescindere dalla predisposizione familiare a concedere o meno il perdono con modalità diverse, il perdono sul piano psichico non dev’esser un’imposizione, bensì una decisione sia cognitiva che emotiva maturata nel tempo.

Esso potrebbe richiedere anche molti anni di lavoro introspettivo su se stessi.

Imporre il perdono significherebbe mettere la persona offesa nelle condizioni di nutrire senso di colpa e vergogna verso se stesso e verso chi ha commesso il torto.
Inoltre, come detto poc’anzi, il ricordo del torto subito ha un’altra funzione fondamentale, ovvero quella di proteggersi da ulteriori e futuri attacchi e/o offese. In quest’ottica, quindi, vendetta e il risentimento sono atteggiamenti del tutto comprensibili di fronte a un torto subito, in quanto sono strettamente connesse all’autoconservazione. Quest’ultimo pensiero mi porta ad affermare l’importanza di dare espressione alla rabbia, perché il non esprimerla può esercitare un’influenza negativa sulla salute e sul benessere psicologico.
Il tema del perdono richiederebbe molte altre pagine per poterlo definire in modo più esaustivo. Esso esiste e può essere ottenuto, per quanto non cancelli il torto e non conduca necessariamente ad una riconciliazione. Tuttavia, si può anche non perdonare, e questo non è un torto.

Si veda, teoria e clinica del perdono, a cura di B. Barcaccia e Francesco Mancini, Raffaello Cortina Ed.

Perdonare, Camillo Ragalia e Giorgia Paleari, Il Mulino